Tra gli islandesi, messi in ginocchio dalla crisi economica, cresce la rabbia. Da uno stato di indiscusso benessere sono stati catapultati in una grave crisi e le reazioni non si sono fatte attendere. Manifestazioni di protesta si susseguono a Reykjavik fin dal mese di ottobre.

La popolazione riunita davanti al Parlamento denuncia le difficoltà delle famiglie, private dei loro risparmi; accusa il premier, Geir Haarde, e il capo della Banca Centrale, David Oddsson, di aver portato l’Islanda al collasso finanziario; chiede le loro dimissioni e auspica le elezioni anticipate.

Se si andasse alle urne verrebbe probabilmente accelerato il processo d’ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea. In una recente dichiarazione Haarde aveva espresso parere negativo in merito alla possibilità di entrare nell’Unione Europea e nell’area dell’euro, ma sembra che la popolazione, da sempre fiera della sua indipendenza, stia iniziando a rivedere le sue posizioni.

Da un sondaggio del quotidiano Frettabladid il 64% degli islandesi si e’ detto favorevole al voto anticipato, mentre il 29,3% vorrebbe aspettare la data prevista nel 2011.

Il 25 novembre scorso, il governo, formato da una coalizione tra Partito per l’Indipendenza e Alleanza Socialdemocratica, ha superato in Parlamento il voto di sfiducia posto dall’opposizione, suscitando nuove proteste e scontri tra manifestanti e polizia.

E il 1 dicembre, giorno in cui si festeggia il 90mo anniversario dell’autonomia, i cittadini sono scesi nuovamente in piazza contro banche e governo, avanzando di nuovo la richiesta di dimissioni da parte del primo ministro Haarde.

Sembra però che dal canto suo il leader islandese non abbia alcuna intenzione di lasciare l’incarico e voglia continuare a condurre il suo Paese attraverso questa difficile crisi.

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