La profonda crisi economica che ha colpito l’Islanda e la forte pressione del popolo sono le cause che hanno incrinato la stabilità della maggioranza al potere.

Il 23 gennaio scorso il premier islandese Geir Haarde aveva già dichiarato di volersi dimettere convocando elezioni anticipate per il 9 maggio 2009.

Il governo in carica, formato da una coalizione tra il partito dell’Indipendanza di Haarde e i socialdemocratici della Gisladottir (ex sindaco di Reykjavik e fino a una settimana fa ministro degli esteri), avrebbe dovuto rimettere il mandato solo nel 2011 e aveva inizialmente intenzione di guidare il paese fuori dalla crisi.

Le continue proteste davanti al parlamento avevano però fatto naufragare quest’idea. Il 23 gennaio il presidente aveva confermato l’impegno del governo per risolvere i problemi più urgenti e garantire gli adempimenti imposti dal Fmi fino a maggio, chiarendo che non si sarebbe ripresentato alle elezioni.

Due giorni dopo queste dichiarazioni, il 25 gennaio, il ministro del Commercio Bjorgvin Sigurdsson, ha rassegnato le dimissioni dopo aver licenziato il capo dell’Autorità di supervisione finanziaria.

Il 26 gennaio Haarde di fronte a nuove pressioni non ha potuto far altro che rimettere il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica, Olafur Ragnar Grimsson.

La protesta continua del popolo, unito davanti all’Althing fin dal mese di ottobre, è stata infine ascoltata

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