A distanza di mesi dal crollo dell’economia islandese, ora che la notizia non fa più audience, i media hanno spostato l’attenzione su altri argomenti, ma i problemi in Islanda non trovano ancora soluzione e chi ne fa le spese è la gente comune.

Il Paese che sembrava superare tutti per benessere, promessa rampante dell’Occidente, lanciato all’assalto dei mercati esteri, dall’oggi al domani è rimasto a mani vuote e le scelte di pochi gravano ora sulle spalle di molti

Chi può scappa in Europa, gli altri vanno ad ingrossare le code davanti agli uffici di collocamento nella speranza di poter almeno pagare i debiti lievitati a dismisura.

Certo, tutti hanno goduto di questa folle corsa alla ricchezza, ma non tutti forse sapevano che questa ricchezza aveva basi di sabbia, e i banchieri si sono ben guardati dal dirlo.

Dopo un primo periodo di sgomento le reazioni si fanno sentire: c’è chi protesta contro le autorità preposte al controllo, chi con filosofia (o incoscienza?) aspetta semplicemente momenti migliori, chi oberato dai debiti non trova altra via che togliersi la vita, chi si rimbocca le maniche e affronta il difficile momento inventandosi nuove attività.

I veri responsabili del disastro ovviamente nicchiano. Il governo da sempre vicino alle agenzie finanziarie non ha intenzione di dimettersi, i banchieri, forti della protezione statale, cercano di salvare i propri istituti a scapito dei clienti.

Entrambe le parti diventano intoccabili e chi si avvicina troppo, magari con un articolo di denuncia, sembra che rischi di andare ad aggiungersi alla massa dei disoccupati.

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