Nel nord dell’Islanda, a Glaumbær, si è conservata un’antica fattoria, abitata fino al 1930 e donata poi al governo che ne ha fatto nel 1952 un  Museo di Cultura popolare.

I vari ambienti risalgono a diversi periodi, la più antica è la cucina, ascrivibile al 1750, stanze più recenti sono databili al periodo che va dal1876 al 1879. Si tratta in tutto di 12 casette in torbaseminterrate, costruite con mura di zolle quadrate e nastri d’erba e collegate tra loro da un corridoio interno lungo 20 m. Gli ambienti erano privi di riscaldamento.

Non essendoci all’epoca foreste sull’isola, il legname disponibile era solo quello di diporto, perciò le uniche stanze rivestite internamente in legno sono le due abitate dalla famiglia del contabile e le due riservate agli ospiti. Per il resto la torba regna sovrana rendendo gli ambienti umidi e odorosi di muschio.

La fattoria fu abitata da un nucleo di 25 persone e si può immaginare che la vita in comune in uno spazio così ristretto fosse difficile. L’unico modo per evitare attriti era la massima cura e il rispetto reciproco: ad esempio ogni oggetto posto sotto il proprio guanciale era protetto come in una cassaforte e nessuno avrebbe osato prenderlo.

I locali interni

L’ingresso principale è posto ad un’estremità del corridoio ed è protetto da due porte, in modo da formare un’intercapedine contro il freddo.La porta interna è realizzata in legno in tutte le sue parti, compresi chiodi, cardini e ganci. Alle pareti del corridoio sono fissate lampade funzionanti con olio dibalena, che venivano accese solo nelle grandi occasioni.

Le due stanze accanto all’ingresso della fattoria di Glaumbær erano riservate agli ospiti. In quella a sinistra, una serie nutrita di foto rievoca gli antichi funzionari del luogo e i loro famigliari attraverso ritratti seriosi se non addirittura arcigni.

Segue la cucina, in cui si preparavano i cibi e si affumicavano gli alimenti utilizzando torba o escrementi. Una volta pronti i pasti, essi venivano portati nella dispensa e ripartiti dalla massaia in parti eque. Negli ultimi tempi, la cucina perse il suo uso e fu trasforamta in lavanderia.

Di fronte alla cucina si apre la masseria piccola, dove si lavorava il latte: una volta munto, veniva versato in vari recipienti e lasciato fermentare per un giorno e mezzo, finchè non formava uno spesso strato di panna. La panna veniva tolta ed utilizzata nella zangola per produrre burro, mentre parte del latte scremato veniva trasformata in “skyr”, il tipico alimento islandese simile a yogurt.

La pulizia dei recipienti utilizzati per la lavorazione del latte avveniva con spazzole di crini di cavallo. Una volta prodotto lo skyr, esso veniva conservato in una stanza accanto, la masseria lunga, assieme al sanguinaccio, perchè l’ambiente era particolarmente adatto alla conservazione dei cibi.

Nella fattoria di Glaumbær, una stanza particolare era la “gusa”, cioè lo spruzzo, che veniva usata come camera da letto, studio o abitazione. Il nome deriva da un’antica leggenda: si dice che avesse abitato in questa stanza una vecchia stizzosa, la quale, quando era di cattivo umore, era solita aprire la porta e lanciare il contenuto del suo pitale sui vivaci bambini che passavano in corridoio.  Leggenda a parte, durante i lunghi inverni il sacerdote del luogo era solito utilizzare questo spazio per insegnare ai bambini la lettura e la scrittura.

Il soggiorno

Il vano più ampio, in fondo al corridoio, era adibito a soggiorno, sala da pranzo, bottega, laboratorio e nel contempo a dormitorio per tutti gli inquilini. Vi si trovano due file di 5 letti in legno appoggiati alle pareti più lunghe. Si dormiva in due per letto, seduti, a turno. Donne e uomini dormivano nella stessa stanza occupando file di letti diverse, infilandosi sotto coperte e piumini di propria produzione senza togliersi gli indumenti. Assi di legno intagliate, poste accanto allo schienale, fungevano da tavolo all’ora dei pasti, trasformando il letto in mensa, e una ciotola per la zuppa era sempre pronta accanto alla testiera.

Durante le lunghe notti invernali, si lavorava al lume di  minuscole lampade mentre un membro della famiglia leggeva racconti o poesie. Ogni tanto un cantastorie di passaggio si fermava a raccontare le sue saghe. Sui giacili sono esposti ora utensili di vario tipo, ma incuriosisce un acollezione di mascelle di pecora, unico regalo dei mariti alle consorti in occasione del Natale.

Accanto al soggiorno si aprono le due stanze del contabile, mentre nei pressi vi è un passaggio di servizio, utilizzato per uscire con la cenere o per il rifornimento d’acqua, ma anche come uscita di emergenza in caso di incendio.

I “servizi igienici” erano all’aperto. L’igiene personale era scarsa, ci si lavava 1 o 2 volte l’anno. Le feci e l’urina erano conservate: le prime da utilizzare come combustibile o per affumicare il salmone e la carne d’agnello, la seconda per lavare gli indumenti.
Altri locali, adiacenti al corpo principale ma con esso non comunicanti, erano adibiti a officine, magazzini o stalle e si aprono sul lato est.

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